Questa č la discussione intitolata "Il Lato Debole Dei Poteri Forti" del forum TG Forum & News Generali, parte della categoria Notizie dal Mondo; Tratto da “Il lato debole dei poteri forti”, di Paolo Madron, Longanesi & C. Nel febbraio del 2005, dopo aver ...
Tratto da “Il lato debole dei poteri forti”, di Paolo Madron, Longanesi & C.
Nel febbraio del 2005, dopo aver tentato a lungo di resistere contro la cattiva sorte e contro i debiti, il vecchio Luigi Lucchini ha dovuto gettare la spugna e vendere le sue acciaierie ai russi. Ma come? Solo fino a qualche anno fa, quello che era considerato il re del tondino assommava una tale quantita` di cariche da occupare uno dei posti d’onore nel gotha del capitalismo italiano, se non in qualche sua enclave ancora piu` ristretta. Impressionante il numero di onorificenze che l’industriale poteva appuntarsi al petto, e che avevano fatto di lui un acclamato pluripresidente: di Confindustria, di Montedison, della Banca Commerciale e del tribolato patto tra gli azionisti che governano il Corriere della Sera, il giornale che vanta la compagine societaria piu` variegata e inquieta d’Italia. E proprio sulle colonne del Corriere, all’indomani della dolorosa cessione, l’ottuagenario imprenditore bresciano polemicamente si sfogava: «Ho venduto, perche´ mi hanno lasciato solo. Se ci fosse stata la Mediobanca di un tempo, questo non sarebbe mai successo».
Certo, in quel caso, forse la vicenda avrebbe preso un’altra piega. Ma il fatto e` che quella Mediobanca non c’e` piu`, e la nuova che l’ha sostituita evidentemente non gli ha usato i consueti riguardi, relegandolo al livello di uno dei tanti casi spinosi che passano per i suoi tavoli. Invece di aiutarlo, alla fine lo ha lasciato al suo destino. Possiamo immaginarlo, il cavalier Lucchini, incurvato dall’eta`, i movimenti impacciati, ma con gli occhi ancora attenti e vivaci, mentre pronuncia la dura invettiva verso coloro che a suo giudizio lo hanno abbandonato e ne hanno ferito l’orgoglio. Lui di solito cosı` controllato, cosı` saggio da esternare assai poco, e comunque sempre con grande misura, salvo qualche frase pungente scaturita dalla schiettezza del carattere.
Chi mai biasimava, stanco e disilluso, nel pieno del suo risentimento? Le banche creditrici che avevano stretto i cordoni della borsa? La politica, che se non la corteggi abbastanza si dimostra ingrata fino a lasciarti andare in malora? O qualche vecchio amico, che si era tirato indietro di fronte alla sua richiesta di aiuto? Forse tutte queste cose insieme, perche´ quando finisce un amore – e tale era il legame che univa Lucchini alle sue fabbriche – viene spontaneo prendersela con tutto e con tutti. Eppure, il grande industriale dovrebbe ben sapere che nell’ambiente in cui ha vissuto per oltre cinquant’anni non c’e` spazio per i buoni sentimenti, e i rimpianti servono solo a farsi il sangue amaro. Gli si sarebbe potuto chiedere un’autocritica per gli errori commessi, senza che cio` suonasse come un reato di lesa maesta`.
Si e` preferito invece soprassedere, rendere almeno l’onore delle armi a questo padrone d’altri tempi, un uomo che si e` fatto da solo partendo dalla bottega del padre carpentiere, e ora giunto malinconicamente al capolinea della sua avventura imprenditoriale.
Resta il fatto che Lucchini, uno degli emblemi dell’industria pesante (e pensante) di questo paese, aveva dolorosamente scoperto sulla propria pelle che il capitalismo non ha piu` rispetto per nessuno, nemmeno per i suoi mostri sacri, gli stessi che, fino a poco prima del crollo, erano ritenuti degli intoccabili. Non gli restava percio` che annegare la sua delusione nel modo piu` facile, nel ricordo del passato e nella sindrome del « quando c’era lui ». Lui, cioe` Enrico Cuccia, l’uomo che lo aveva preso sotto la sua ala protettiva fin da giovane, insegnandogli a navigare tra le insidie della grande finanza. E questa fiducia Lucchini l’aveva ripagata, diventando uno dei quattro moschettieri del banchiere, ai tempi in cui l’evocata Mediobanca, crocevia attraverso cui passavano tutti gli affari importanti, riluceva del suo massimo fulgore.
Degli altri tre, Leopoldo Pirelli si e` ritirato da tempo a vita privata, mentre Luigi Orlando e` morto di recente. Per il primo, in particolare, sono passati ormai piu` di dieci anni dal fatidico momento in cui lascio` il comando al genero, Marco Tronchetti Provera. Giampiero Pesenti, invece, che sembrava il piu` debole della compagnia – a differenza del vulcanico padre Carlo, un bergamasco ruvido e di poche parole –, resiste gagliardamente in sella. Forse perche´ non produce pneumatici, o semilavorati di rame, ma cemento: e di costruire case, ponti e strade c’e` sempre bisogno, a ogni latitudine e a prescindere dai cicli alterni dell’economia. O forse perche´ ha un figlio – si chiama anche lui Carlo, come il nonno – che continua con serieta` il suo mestiere, e a giudicare dai disastri che combinano certi « figli di » si capisce quanto sia prezioso averne uno con la testa sul collo. Il figlio di Pirelli era invece piu` attratto dallo studio dei pesci che dai possibili utilizzi della gomma. Quello di Gianni Agnelli, ai motori preferiva le filosofie orientali. Quello di Pietro Marzotto, a un certo punto si era messo a fare il cantante, per eclissarsi poi in silenzio, dopo una magra esibizione al festival di Sanremo. Altri, come Ivan, il figlio di Raul Gardini, sono stati incolpevoli meteore, sui quali le disgrazie dei genitori hanno acceso per un momento le luci della notorieta`.
Cosı`, con l’addio di patriarchi come Lucchini, e con la scarsita` di eredi che ne possano continuare l’opera, sono pezzi di industria italiana che se ne vanno all’estero. Se poi a comprare non sono americani, spagnoli o tedeschi, ma russi e cinesi, si capisce come il mondo si sia allargato a dismisura e i capitalisti di casa nostra fatichino non poco a tenerne il passo. Ammesso che non sia ormai troppo tardi per riacciuffare il treno in corsa.
Viene il sospetto che lo stesso Lucchini, piu` che della dipartita del suo nume tutelare, sia rimasto vittima proprio di questo allargamento planetario degli orizzonti. E che il suo congedo assomigli a quello di un vecchio signore il quale, deluso e stanco, si chiami fuori da una realta` che non riesce piu` a comprendere. Tutto cio` avviene nello spazio di pochissimo tempo. Quando, all’alba del nuovo millennio, moriva Enrico Cuccia, la parola Cina faceva venire in mente solo Mao, comunismo, biciclette, grande muraglia e piazza Tienanmen. Non certo Shanghai e i suoi grattacieli, non l’invasione di prodotti ormai competitivi con i nostri, non le rabbiose richieste di dazi e protezioni che si levano oggi dalla piccola impresa. Fino a pochi anni fa, i cinesi per noi stavano solo nelle cucine dei loro ristoranti, negli invisibili sottoscala delle produzioni contraffatte, in quella sorta di ghetti aperti che sono le Chinatown delle grandi citta` italiane. Oggi, all’improvviso, la Cina e` una potenza economica mondiale. Rispetto alla quale, il capitalismo italiano si rivela il peso piuma che e`. Il repentino dimagrimento spaventa. Ma ancor piu` preoccupante e` l’averlo scoperto dopo anni di sottovalutazione o, peggio, di assoluta rimozione. Si fingeva di non vedere, ci si arrangiava o si ricorreva ad artifizi, come la svalutazione della moneta, per far apparire la nostra economia sempre in grande spolvero, seduta al tavolo delle grandi potenze industriali. Con l’avvento dell’euro, la gabbia di Maastricht sul rapporto tra deficit e prodotto interno lordo, l’incalzare da Oriente di economie che crescono a una media del 10 per cento l’anno contro il nostro striminzito uno virgola, la maschera e` infine caduta. E i barbari assiepati alle porte minacciano di dilagare.
Il risultato di questa incertezza e` una situazione ibrida, che al declino dell’industria privata mescola le ritrovate ambizioni di quella pubblica. Il capitalismo di casa nostra si dilata assumendo molteplici volti e, soprattutto, discute, discute continuamente di modelli, dimostrando quanto forte sia l’intreccio tra crisi d’identita` e voglia di cambiare. Pensare che, per quasi cinquant’anni, il modello era uno solo: l’invasivita` dell’industria di Stato conviveva con chi, ed era soprattutto il ruolo incarnato da Mediobanca, cercava di arginarla, difendendo con le unghie gli spazi dei privati. Specie quelli il cui blasone non bastava a coprire l’esiguita` dei patrimoni. Venuti meno questi due garanti, il capitalismo italiano e` ora costretto a reinventare se stesso. E lo deve fare nel pieno di una crisi di sistema che non rende certo agevole il compito. Cercando di prefigurare un approdo, l’analisi spazia dalla prudenza al massimalismo, offrendone di ogni sorta: dall’invettiva contro le «famiglie Adams» (copyright di Diego Della Valle, con riferimento alla tenacia con cui i Romiti difendevano i loro privilegi) che ancora ostacolano la normale dialettica del mercato, ai de profundis dei salotti buoni, per arrivare al nostalgico rimpianto dello Stato padrone, cui spetterebbe il diritto-dovere di arginare la decadenza industriale.
Al ruolo delle banche, quelle che, tra i soggetti del sistema, soffrono della contraddizione piu` stridente: vorrebbero essere parte attiva in una sorta di patto virtuoso tra societa` civile e produttori, mentre si ritrovano a sostenerne le mille contraddizioni. All’arrivo dei Nouveaux Entrepreneurs, i palazzinari, che si sono affacciati sulla scena mostrando di possedere ricchezze e capacita` di finanziamento illimitati. Insomma, un gran pentolone in ebollizione dove convive di tutto, in attesa che la metamorfosi compia il suo corso approdando all’agognato nuovo, i cui contorni, per ora, restano alquanto incerti. Si vorrebbe un capitalismo senza famiglie, salvo poi, come ha fatto Luca di Montezemolo nel confindustriale discorso di insediamento, ribadirne la funzione di fulcro. Si vorrebbero le public company, ma non troppo public per non esporle agli appetiti dei colossi. Si vorrebbe, infine, enfatizzare il ruolo dei manager, salutare antidoto alla degenerazione (vedi i casi Cirio e Parmalat) della proprieta` familiare. Si procede insomma per tesi e antitesi, ma per ora la certezza e` una sola: che il capitalismo italiano si basa su un processo di accumulazione. Non di valore, ma di parole.
Montezemolo, eletto plebiscitariamente nel maggio del 2004 alla guida degli industriali italiani, e` tra i primi ad accorgersene. E da allora passa molto del suo prezioso tempo ad avvertire che, dal dopoguerra, la situazione non e` mai stata cosı` nera, che invece di parlare occorre rimboccarsi le maniche e lavorare per non finire nel baratro. « Bisogna fare squadra», dice per la precisione, con l’idea che uniti, anche se non si ha la certezza di vincere, almeno si possano limitare i danni. A 56 anni, dopo una vita passata in iniziative piu` o meno collaterali alle vicende di casa Agnelli, tre matrimoni con donne fatali e quattro figli, la fama di bon viveur racchiusa nell’eleganza dei suoi completi, nello studiato ondeggiare di sciarpa e ciuffo giovanilmente sinuoso, Montezemolo tocca oggi l’apice del suo successo.
E` stato presidente della Federazione degli editori e degli industriali di Modena. Lo e` della fiera di Bologna, ma soprattutto della Ferrari, che ha accompagnato negli anni della rinascita, l’incarico che gli ha dato piu` soddisfazioni e onori. Nonche´ le prime pagine di tutti i giornali nazionali ed esteri, compreso il Financial Times, solitamente poco tenero con gli italiani, ma che davanti agli strabilianti successi delle rosse sulle piste di tutto il mondo non ha potuto far altro che unirsi all’applauso collettivo. Ma tutto cio` , evidentemente, non gli bastava. Voleva qualcosa di ancor piu` rilevante che ne legittimasse un ruolo alto, tacitando le voci maligne che sottolineavano l’assenza di galloni imprenditoriali dalla sua giubba. E non perdevano occasione per denunciare l’anomalia di un manager alla guida dell’associazione dei padroni, sorte che in passato era toccata al solo Guido Carli.
In fondo, al di la` delle invidie e dei pettegolezzi che hanno accompagnato la sua irresistibile ascesa, anche il nuovo presidente di Confindustria cerca di dare alla sua leadership una legittimazione forte: in effetti su quella poltrona si sono seduti fior di padroni. Uno di questi era Gianni Agnelli, il quale trent’anni prima aveva guidato l’associazione di categoria da presidente della FIAT, rendendosi protagonista di uno storico accordo sulla scala mobile con il segretario della CGIL, Luciano Lama. Ma l’Avvocato aveva lasciato il mandato anzitempo, fedele alla sua fama di uomo inquieto, che non portava mai a termine le cose in cui si cimentava.
Sara` perche´ gli sembra la soluzione destinata a tacitare chi gli rimprovera lo scarso pedigree imprenditoriale che Montezemolo, pochi mesi dopo la nomina romana e seppur gravato da molteplici incarichi, accetta anche quello di succedere allo scomparso Umberto Agnelli al vertice del Lingotto. Non e` ancora un padrone nel senso forte del termine, ma l’aver preso il timone della piu` importante azienda del paese lo avvicina di molto allo status. Solo che la FIAT non e` piu` quella del professor Valletta e in parte di Cesare Romiti, colui che negli anni ’80 l’ha resa grande e poi affossata. E` in gravi difficolta`. Della famiglia che ne ha fatto la storia, sono rimasti in azienda un paio di rampolli, e fuori dei suoi cancelli molta progenie interessata soprattutto a incassarne i dividendi.
Montezemolo intuisce la malaparata e dopo pochi mesi confida agli amici di voler lasciare quanto prima, pentendosi forse della fretta con cui aveva accettato l’incarico. E provando imbarazzo per la situazione in cui si era venuto a trovare: deve guidare gli industriali nel momento in cui il gruppo che lo esprime stenta a sopravvivere. Al tempo stesso, e` « ostaggio » delle banche, da cui dipendono le sorti di molte grandi aziende, in primo luogo quella che lui presiede.
Ma mollare per andare dove? Forse per scendere in campo, a capo di un ideale partito della borghesia illuminata e produttiva, che si e` messa in testa di riformare il sistema politico. Non subito pero` , perche´ le elezioni del 2006 sono troppo vicine per scendere in campo. Ma piu` avanti ci si puo` fare un serio pensierino, specie se dalle urne dovesse uscire l’ennesimo risultato di stallo, destinato a enfatizzare l’imperfezione del nostro bipolarismo. Cioe` quello stato di cronica ingovernabilita` che, a sentire Confindustria, impedisce al paese di decollare, lasciandolo in balia di veti incrociati, interessi particolari e consociativismo. Niente di inedito, e` l’afflato tecnocratico che periodicamente ritorna fuori, ma non importa. Gli industriali sono stanchi di una politica che tiene il paese ingessato e meditano di fare qualcosa. Intanto, per ordine perentorio dello stesso Montezemolo, si attengono alla piu` scrupolosa neutralita`.