Questa č la discussione intitolata "Muse in Italia" del forum Musica, parte della categoria Tempo libero e Societŕ; [xfloat="LEFT"]http://www.musicboom.it/immaginiarticoli/bellamy.jpg[/xfloat]E’ sold out per il concerto dei Muse che con la data di Bologna salgono sul secondo palco del loro ...
[xfloat="LEFT"]http://www.musicboom.it/immaginiarticoli/bellamy.jpg[/xfloat]E’ sold out per il concerto dei Muse che con la data di Bologna salgono sul secondo palco del loro tour in Italia, iniziato l’1 dicembre nella capitale e conclusosi il 4 a Milano. Prima dell’arrivo di Bellamy & soci, il pubblico del Palasport è intrattenuto dal trio inglese dei Noisettes, poco conosciuti in Italia ma che godono di una discreta fama nel Regno Unito, grazie soprattutto alla voce carismatica e aggressiva della leader Shingai, che li distingue dalla miriade di gruppi alternative che finiscono in –ettes.
L’atmosfera non ha alcun bisogno di essere scaldata, si alza il sipario ma si dovrà attendere ancora un’ora prima di vedere l’esile figura di Matthew Bellamy, leader indiscusso della band, sorgere in completo rosso sgargiante e intonare le prime note di Map of the Problematique,tratta dall’ultimo album Black Holes and Revelations.
Le imponenti scenografie già dal primo pezzo ci chiariscono subito che ci troviamo davanti ad un vero e proprio show: maxischermi a non finire che non si accontentano di proiettare immagini della band, ma galassie scintillanti e giganti robot umanoidi in un futuro apocalittico dove le parole che appaiono e contemporaneamente sono cantate da Bellamy (“quando finirà questa solitudine?”) sembrano quasi delle invocazioni disperate accentuate dalla sua voce potente e versatile che si sbilancia in frequenti falsetti.
L’occhio vuole la sua parte, ma le scenografie non sforano mai nell’eccessiva ridondanza e fanno sempre da sfondo allo spettacolo musicale che si consuma sul palco e che andrà avanti per un’ora e un quarto. L’impressione è stata quella di una performance un po’ breve, considerando il fatto che il gruppo ha alle spalle già quattro album e un doppio di b-sides e live. I brani attingono principalmente agli ultimi tre, a parte la strumentale Forced in, di Hullabaloo (2002), e Sunburn, dell’album d’esordio Showbiz.
I Muse sono in tre e per la maggior parte delle canzoni sono solo loro a suonare: Bellamy si districa abilmente tra pianoforte, chitarra elettrica e voce, il bassista Chris Wolstenholme si improvvisa all’occorrenza anche chitarrista e il batterista Dominic Howard sembra uno di quei giocattoli caricati a molla, non sbaglia una battuta, metronomico fino alla fine. In alcuni brani vengono accompagnati alle tastiere e alle backing vocals da Morgan Nicholls (ex-The Streets).
E’ decisamente lontana l’ombra dei Radiohead, ai quali i nostri sono stati spesso paragonati. I Muse contribuiscono ora a tracciare un loro proprio percorso caratterizzato dalla ricerca continua del mix perfetto tra musica classica e rock dalla forte connotazione tecnica e sperimentazione, dove l’utilizzo del piano in chiave rock associato a distorsioni e loop crea sul palco un wall of sound molto potente e compatto. Matthew Bellamy è in grado di entusiasmare la folla senza essere un animale da palcoscenico e parlando pochissimo, con emozionanti volate pianistiche (quella di Butterflies and Hurricane su tutte) e inginocchiate hendrixiane che lanciano alcuni dei riff più famosi (come quello di Plug in baby).
Lo stile lirico del cantante è spesso stato criticato da chi lo trova inutilmente sfarzoso e virtuosistico, con l’ugola appesa al microfono, ma è indiscutibile che dal vivo lo spettacolo è garantito: i pezzi non sono mai statici ma impreziositi da improvvisazioni e conclusioni inaspettate (standing ovation per il tapping finale di Plug in baby).
I Muse non si risparmiano e non danno mai segno di cedimento ed è questo che infuoca il pubblico, vedere questo ragazzo magro, dallo sguardo malinconico e dalle pettinature discutibili che si contorce sulla sua Manson personalizzata - un gioiello di elettronica ed estetica - che, nonostante il suo passato da sfascia-chitarre, oggi si guarda bene dal rovinare.
Con il gran finale affidato a Knights of Cydonia, una cavalcata rumorosa di chitarre distorte, i Muse si confermano tra le rock band inglesi più innovative, in grado di trasformare i loro black holes in rivelazioni musicali. Una recensione della rivista NME affermava che “I Muse sono riusciti a trasformare le loro nevrosi di provincia in un’idea universale”, questo forse spiega la presenza di un pubblico variegato, insieme anche al successo di riff accattivanti e più commerciali come quello di Starlight.
SCALETTA
1. Map of the problematique
2. Citizen Erased
3. Butterflies and Hurricane
4. Supermassive Black Hole
5. New born
6. City of delusion
7. Starlight
8. Forced In
9. Bliss
10. Feeling Good
11. Sunburn
12. Invincible
13. Time is running out
14. Plug in baby
15. Take a bow
16. Hysteria
17. Stockholm Syndrome
18. Hoodoo
19. Knights of Cydonia
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